I

macchie di vino rossoQuando si versava del vino rosso sulla tovaglia, magari quella buona del pranzo domenicale, non c’era altro da fare che correre in cucina a prendere il sale da spargere copiosamente sulla macchia. “Adesso lascialo stare” diceva mia nonna dirigendo le operazioni di salvataggio, “vedrai, come se lo mangia”. E io attendevo incuriosito che si compisse il miracolo. Appena la nonna distoglieva lo sguardo ci affondavo il dito e per far passare il tempo disegnavo linee e cerchi, una mucca, un albero. Nel frattempo osservavo come il candore del sale si tingesse via via di rosa. “Ecco che il sale se lo mangia” pensavo tutto contento. E ci credevo davvero perché l’aveva detto la nonna. Soltanto molti anni dopo ho imparato quanto fosse inesatta questa teoria pur così popolare. E’ vero che il sale assorbe il vino, ma ne fissa anche il colore. Ciò che resta è sempre una macchia. Col tempo il colore perde di vivacità, ma come una piccola isola di colore rosso-bruno campeggia nel bel mezzo della tovaglia bianca. Indelebile per sempre. Come le parole della nonna. 

 

II

Kant a tavola

A Immanuel Kant piaceva il vino. Non che ne facesse una filosofia come il collega Platone nel suo Symposion, ma ci teneva che a pranzo non mancasse. Un giorno il filosofo di Königsberg si trovava a pranzo in compagnia di alcuni ufficiali prussiani. Siccome durante i pasti non amava discorsi complicati i temi filosofici erano banditi. Si chiacchierava garbatamente del più e del meno finché non si arrivò a parlare di una battaglia storica. Vennero espressi giudizi diversi, la discussione si fece accesa e le parole volarono di qua e di là come palle di cannone.

E poi successe l'impensabile: un giovane ufficiale fece un movimento brusco con la mano e urtò rovesciandolo un bicchiere di vino. I commensali ammutolirono. Una piccola pozzanghera si allargò inarrestabile sulla tovaglia. “Ecco, fine della carriera”, avrà pensato il povero ufficiale. Nessuno osava muoversi. Tranne Kant, che versò un po’ del suo vino ed intinse il dito nel liquido che si stava allargando sulla tovaglia e tirò una linea dritta. “Allora signor colonnello, se ho capito bene, le truppe nemiche stavano più o meno qui” cominciò a dire Kant, “mentre la fanteria” aggiunse intingendo di nuovo il dito nel vino e macchiettando velocemente di rosso davanti alla linea del fronte appena disegnata “resisteva in queste posizioni”. Tutti risero. Il vino aveva fatto una macchia sulla tovaglia ma il filosofo aveva salvato l’onore del suo ospite.

 

III

Amelia Fais Harnas

Un dito in una macchia non fa certo un artista. Per diventare arte, la macchia deve trasformarsi ancora, essere plasmata,  diventare linguaggio artistico.

dipinto col vino Amelia Fais Harnas

Alla ricerca di quelle macchie di vino che diventano arte il mio viaggio da Königsberg mi porta negli Stati Uniti, a Portland, da Amelia Fais Harnas che nelle sue opere più recenti, per lo più ritratti, ha usato il vino al posto del colore. La procedura è semplice: sulla tela come sulla seta o sul cotone prima di tutto fa uno schizzo dei tratti del viso, poi ricopre di cera liquida gli spazi che devono rimanere bianchi. In seguito versa il vino una prima volta. Preferibilmente quello francese come il Côte du Rhône o il Cahors fatto con il Malbec (Auxerrois), il Merlot e il Tannat, tutti vitigni dal colore intenso. Un susseguirsi di strati di cera e di vino danno vita alle impalpabili ombreggiature che danno ai suoi ritratti una magia particolare.

Caos e controllo, macchie colorate dai contorni apparentemente ben definiti che pure si perdono in ombre liquide, nell'indefinito. I ritratti al vino di Fais Harnas parlano di contrapposizioni, di lumeggiature e ombreggiature, di sfere che restano separate pur ritrovandosi.

IV

Elisabetta Rogai

Prendere un appuntamento con la pittrice Elisabetta Rogai è stato semplice: “Volentieri, quando desidera venire a prendere un caffè?”, la risposta dell'artista alla mia mail. Nel suo atelier, nella periferia fiorentina, mi sono ritrovato in un mondo a parte, a me nuovo. Si tratta di vino, certo, ma non solo. Qui l'olfatto è disorientato. E si tratta di arte, ma non solo. 

dipinto vino Rogai

Gli occhi registrano qualcosa di insolito. Tratti semplici e linee color rosso-marroncino che si addensano in grosse striature. Succo di frutta o addirittura sangue rappreso? Avrei voglia di fare la prova del budino e dare un morso, ma la pittrice mi anticipa allungandomi un bicchiere sotto al naso pieno di una sostanza cremosa rosso-scura, quasi nera. “Odori un pò, che ne pensa?” Adesso vorrei tanto cogliere qualcosa che mi ricordi frutti scuri, chiodi di garofano o il tabacco, ma la mia memoria olfattiva non risponde. Brunello, Barolo o Nero d'Avola che sia questo sciroppo è divenuto qualcosa di imperscrutabile ma anche affascinante.

Per dipingere Elisabetta Rogai scioglie questa massa densa con un po’ di vino. Dopo uno schizzo fatto a carboncino da legno di vite traccia velocemente dei segni con questo colore al vino sulla tela. Spesso questo avviene fuori dall'atelier, all'aperto o come evento alle fiere del vino davanti agli occhi curiosi dei visitatori. L'opera realizzata è una istantanea della realtà o dell'Immaginario, un gioco di forti contrasti che non sembra volersi concludere. Dietro tutto questo si riconosce subito l’influenza del pittore inglese Lucian Freud. I suoi colori ad olio promettono una lunga durata mentre non possiamo affermare lo stesso per questi quadri fatti con il vino. Per il momento sappiamo solo che l'umidità è la loro grande nemica. Forse riusciranno a resistere alcuni anni. Chi lo sa. Ma di certo a contatto con l'aria e con la luce questi colori cambiano. Proprio come il vino, intriganti nella loro evoluzione attraverso il tempo.